Autore: a cura di Sermidiana
Anno: 2006
Editore: Sermidiana
Pagine: 544
Presentazione di Renzo Dall'Ara
Pago e volentieri il tributo generazionale all’emozione di vedere, riprodotta, una corrispondenza di FernandoVillani, pubblicata il 26 agosto 1945 da “Mantova Libera”. E poi l’ultima, del 1997, sulla “Gazzetta di Mantova”. Più di mezzo secolo, che nei tempi accompagna quasi interamente il mio percorso nel mestiere di giornalista. Fernando ha voluto e saputo narrare Sermide. Tornato dai duri anni della naja e del campo di concentramento in Austria, trovava una città drammaticamente segnata dalle ferite della seconda guerra mondiale. “Mantova libera” era il primo giornale sul quale poteva leggere una notizia “sua”: la domenica 6 maggio 1945 i mantovani, dopo 16 giorni di forzata astinenza, avevano visto riapparire in edicola un quotidiano locale, “organo del Comitato di Liberazione Nazionale”, come veniva specificato sotto la testata, nuova come l’aria che si respirava dopo la ritirata precipitosa dei tedeschi e l’entrata, il 25 aprile, degli anglo-americani. Sonante titolone a 9 colonne: “Uniti per la rinascita d’Italia. Squarciata la tenebra della duplice oppressione la città dei Martiri è restituita alla Patria”. Due sole facciate, la provvista di carta non consentiva di più. Redazione e tipografia in Palazzo Strozzi, corso Vittorio Emanuele 30 (oggi Banca Agricola Mantovana), fino al 19 aprile occupati da “la Voce di Mantova”, organo del Partito Fascista Repubblicano, che per i danni subiti dal bombardamento incendiario del 14 luglio 1944, aveva dovuto traslocare da via Dario Tassoni 12. Come organo del CLN, la redazione rispettava un equilibrio quadripartito: direttore democristiano, Vittorio Emanuele Chesi; condirettori il demoliberale Romano Marradi, il comunista Gino Veneri e il socialista Bruno Vivenza. Nominalmente, l’editore di “Mantova Libera” era il CLN, ma nella realtà, per uscire, aveva dovuto superare il passaggio obbligato dell’Allied Military Government, nella persona del tenente colonnello E. G. Fricker, sudafricano e, braccio esecutivo, dello Psycological Warfare Branch, creato sia per la propaganda, sia per pilotare il ritorno della libertà di stampa. Il PWB, messi in quarantena perchè compromessi con il fascismo “Il Messaggero”, “il Resto del Carlino”, “la Nazione”, “Secolo XIX”, “Corriere della sera”, “La Stampa”, “Il Gazzettino”, pubblicava giornali propri e autorizzava giornali cattolici, di partito o promossi dai CLN, vedi “Mantova Libera”. Fare un giornale richiedeva quotidiani atti di coraggio, fra interruzioni di corrente, difficoltà di procurarsi carta e inchiostro per non dire poi dei problemi del trasporto (ferrovie interrotte, ponti distrutti) e della diffusione, con le scarse edicole nel territorio. Il 7 giugno '45 la redazione avvisava i lettori del rischio di non poter uscire il giorno dopo: non c’era benzina per il camion che doveva prelevare la carta alle Cartiere Binda di Corsico (ostacolo poi superato). L‘informazione rimaneva quella che la precarietà degli strumenti disponibili consentiva. Per il rifornimento delle edicole urbane, circolava una Guzzi 500 del 1936, con cestello per i giornali. Villani poteva far arrivare le notizie al giornale ricorrendo al telefono pubblico, prenotando la chiamata al centralino, per quelle gravi e urgenti (la teleselezione era ancora lontanissima a venire): dettava il testo, che veniva raccolto a Mantova dall’unica stenografa, Nevia Corradini, che lo traduceva per la redazione. Per le notizie di routine, invece, ricorreva alla posta, usando il mitico “fuorisacco”, corsia preferenziale riservata ai giornali: affrancatura dell’espresso sulla busta, che andava consegnata direttamente all’ufficio postale. In molti casi, funzionava il rapporto personale: con qualche ferroviere della Suzzara-Ferrara o autista delle autolinee Paviani, o sermidese che doveva andare a Mantova, al quale affidare il plico. Con il 1° gennaio 1946 cessava il regime di occupazione militare alleata e con il successivo 20 luglio venivano sciolti i Comitati di Liberazione. Un comitato di giornalisti e poligrafici si era costituito, preliminare al progetto di una cooperativa di gestione di “Mantova Libera”, accolto dai partiti tra simpatia (non molta) e diffidenza. Ma l’11 aprile 1946, davanti al notaio Tito Azzini, si costituiva la CITEM, Cooperativa Industriale Tipografico Editrice Mantovana, con 12 soci. Finalità statutaria: acquistare le venerande macchine e l’attrezzatura tipografica, obiettivo raggiunto soltanto nel 1951. Dopo 14 mesi, il 19 luglio 1946, l’avventura di “Mantova Libera” si concludeva e, il 21 luglio, tornava in edicola la “Gazzetta di Mantova”, che si era arresa al fascismo il 31 dicembre 1921, ricordata soltanto dai più vecchi. Nulla cambiava per Villani, sempre al suo posto d’osservazione sermidese, testimone e cronista della ricostruzione, a incominciare dallo Zuccherificio e poi dal ponte sul Po. Con gli Anni 50 del '900, non ufficiale ma esistente nella realtà, si poteva dire funzionasse a Sermide una Villani Press. Fernando riusciva a conciliare gli impegni familiari, dell’insegnamento elementare a Santa Croce, Caposotto, Sermide e della toga di giudice di pace, con l’attività pubblicistica (era iscritto all’Albo dal 1945). Ferma restando la prevalente “Gazzetta di Mantova”, che allargava progressivamente gli spazi, collaborava con la RAI per il “Gazzettino lombardo”, diventato poi “Gazzettino Padano”. Per la carta stampata, infuriava allora a Milano la guerra dei quotidiani del pomeriggio e Villani, trasversale, partecipava sia con il “Corriere Lombardo” sia con “la Notte”. A Ferrara usciva la “Gazzetta Padana”, erede del “Corriere Padano” di Italo Balbo e di Nello Quilici, attenta alle zone contermini dell’estremo sud est mantovano, quindi Felonica e Sermide. Dal 1955, dalla tradizionale area di diffusione emiliana sconfinava “il Resto del Carlino”, aprendo una redazione a Mantova ed anche per il quotidiano bolognese Villani diventava il punto di riferimento sermidese. A Fernando si rivolgevano l’ANSA per la cronaca e addirittura la Doxa per le rilevazioni statistiche. Ultimo nato a Milano, nel 1957, “il Giorno”, quotidiano d’élite politica e intellettuale che, nei piani diffusionali, dai primi Anni 60 comprendeva una pagina riservata alle cronache di Lombardia. La strada giornalistica di Villani si è incrociata con la mia alla “Gazzetta di Mantova” già dalla fine dei pionieristici Anni 40 del '900. Non sarebbero mancate le occasioni d’incontro, magari telefonico, quando lavoravo a “il Giorno”. Poi ci siamo ritrovati dal 1981, nella “nuova” Gazzetta di Mantova, che abbandonava il vecchio giornale a lenzuolo, fatto con il piombo e si apriva all’elettronica alla fotocomposizione, al tabloid. Rivoluzione che non toccava minimamente Villani nella sostanza del suo fare giornalismo: correttezza, puntualità, partecipazione e passione civile per la sua città. Quello che ci ha lasciato è un patrimonio prezioso di memorie, che non va perduto o rimane chiuso nelle emeroteche ma viene offerto al pubblico per entrare nello scaffale di casa. Migliore commemorazione Fernando non poteva avere. Ma io voglio ricordarlo per un altro incontro, festoso, negli anni della “Cipolla d’oro”: Sermide era protagonista e, pur nella sua composta discrezione, anche lui, che aveva il piacere di raccontare quelle storie, accadessero in ristorante a Sermide da Eolo, oppure a Milano nel Börgh dei Scigöllat, in trasferta con la “San Vincenzo da tavola”….


