Autore: a cura di Sermidiana
Anno: 2005
Editore: Sermidiana
Pagine: 400
Presentazione di Zena Roncada
Sermide 1940-1945 - un paese in guerra - è un libro prezioso. E’ un itinerario che coniuga un evento grande, la seconda Guerra Mondiale, con la dimensione piccola di un paese e di una comunità, attraversati dalle vicende. E’ una ricostruzione puntuale e paziente, che ripercorre entrambi i piani, per leggere con precisione e correttezza i fatti accaduti, restituendoli alla loro complessità, e per farli rivivere, in modo corale, attraverso testimonianze e documenti. E’ da questa impostazione che nasce la particolarità del libro e la peculiarità del viaggio cui è invitato il lettore. Chi legge è guidato, in primo luogo, a una breve ricognizione dentro la cornice generale degli avvenimenti: l’ampiezza planetaria del conflitto, la sua cronologia, la dichiarazione di guerra con cui l’Italia entrò in scena. Dopo questa carrellata, il lettore è posto di fronte ai segni dolorosi della Storia, al quadro dei militari sermidesi partiti e mai più tornati dalla guerra, un alveare di giovinezze e di nomi spezzati. E’ da questa porta che si entra in quel rettangolo ben circoscritto in cui la dimensione locale incrocia la dimensione nazionale ed internazionale. A testimonianza del fatto che le guerre non risparmiano nessuno e giungono a toccare periferie e piccole realtà, anche il nostro paese si trovò ad essere sulla linea di transito dei grandi eventi. In seguito all’Armistizio dell’8 settembre 1943, a Sermide operarono sia militi appartenenti alla Guardia Nazionale Repubblicana sia truppe germaniche con la funzione, fra le altre, di presidiare il territorio. E parallelamente, il nostro paese fu teatro del passaggio di due divisioni alleate, durante l’avanzata anglo-americana, vide l’adesione di diversi giovani alle ragioni e all’esperienza della Resistenza e assistette alla ritirata germanica nella valle del Fiume Po. Ripetuti bombardamenti colpirono il paese fino all’aprile del ’45. Il capitolo Vicende Militari ha il merito grande di ricostruire scrupolosamente, quasi in una catalogazione di dati, questo segmento di storia, precisando schieramenti militari e azioni belliche, ricomponendo e riordinando, in sequenza, conoscenze che circolavano nei ricordi, nei racconti, troppo parziali per entrare nei manuali, troppo sparse per avere chiarezza. Ora hanno trovato una sistemazione complessiva e storicamente accertata. Già questa operazione di ricerca e studio, supportata da documenti fotografici reperiti nei più importanti archivi internazionali, basterebbe ad accreditare il valore del libro. Invece c’è altro ancora, affidato ad immagini e parole che provengono dalla gente, dai documenti che hanno accompagnato e certificato la vita di un quinquennio difficile e drammatico: tante, tantissime testimonianze di chi, allora, era giovane o bambino, fotografie uscite dai libri di famiglia, lettere, notiziari, cronache di attività partigiane, relazioni di sacerdoti e verbali di insegnanti. Il cuore del libro sta qui, a completare la successione dei fatti e delle date con l’umanità dei vissuti. Sono tanti i modi per ricostruire la storia: tutti passano attraverso la delicata operazione di interrogare e far parlare le fonti. La fonte, verbale o non verbale, fissata in una parola, in un segno o in una pietra, è il materiale, dice Bernheim, dal quale la storia attinge la sua conoscenza. Ma quando essa coincide con la realtà presente e viva delle persone e delle loro narrazioni, avviene un incontro importante e significativo: i fatti, le azioni escono dalle carte e dalle cose e tornano a riannodarsi con le singole esistenze, con le idee e i pensieri, con le sensazioni e le emozioni. Ciò che si promuove è una conoscenza dall’interno, una comprensione della “sostanza granulare” della storia, comprensione che non si forma all’insegna della compattezza e dell’unicità dei punti di vista, ma attraverso l’aggregazione di tante scaglie, di tanti particolari di diversa forma e spessore, di diversa esperienza e visione. Dando voce ai racconti di chi ha vissuto la guerra, di chi ne ha conosciuto il potere distruttivo e ha toccato di persona la fragilità delle cose sotto un bombardamento, persino dei muri rassicuranti di una chiesa, si compiono due azioni importanti che superano le revisioni, gli steccati ideologici e le tesi prefabbricate : -si “rivitalizza” la storia, riconducendola alla sua dimensione più umana e quotidiana; -si recupera il ricordo autobiografico, personale, soggettivo e lo si colloca sullo sfondo più ampio e duraturo della memoria collettiva, che non appartiene più soltanto allo spazio dell’esistenza individuale, ma diventa patrimonio di tutti, sapere cui ciascuno può accedere. In questa prospettiva scrivere un libro su un paese in guerra, anche attraverso le testimonianze dei suoi cittadini, è operazione culturale ed insieme formativa. Non solo si offrono materiali per “pensare il passato”, ma si dà la possibilità di capire l’identità di un territorio e della sua popolazione, di penetrarne i valori e di farli attecchire nei comportamenti futuri. Ci sono gesti, nel passato sermidese, che meritano lunga vita, primi fra tutti quelli dell’accoglienza e della condivisione. Le case distrutte dai bombardamenti, il centro del paese spazzato via crearono vuoti di affetti e perdite materiali: tremilacinquecento sfollati, senza un’abitazione cui tornare. La campagna, allora, aprì le porte alla piazza. Nelle corti agricole si accolsero, si ospitarono gli esuli temporanei, si divisero spazi e risorse, in quell’abbraccio di solidarietà spontanea che le tragedie talvolta inducono come risposta vitale e positiva al male e al dolore. Una lezione di vasta umanità. Da raccogliere, conservare, far passare quale testimone storico, perché possa germinare, nel suo messaggio di generosità e di apertura all’altro, come pratica quotidiana nei giorni nuovi, lontani dalla guerra.


