header

acquaefuoco.jpgStoria di Berto

Autore: Giovanni Freddi

Anno: 1993

Editore: Petrini

Pagine: 222

 

 

La storia di Berto l’ho sentita al filò quando ero bambino. Fino all’ultima guerra il filò era un riferimento primario della civiltà contadina del Basso Mantovano. Esso si distendeva su un lungo arco dell’annata: partiva dal periodo della semina, continuava per la stagione invernale e terminava a Pasqua con il risveglio della terra. Filò voleva dire uscire dalla casa fredda per ritrovarsi nella stalla riscaldata dalle bestie; voleva dire filare la lana e la canapa e soprattutto tessere lunghe serate con parenti, vicini, amici e presenze occasionali. Nel filò la società si ricomponeva cercando tepore e solidarietà, comunicazione e coesione. Le divisioni di classe, se pure erano avvertite, si stemperavano in esso: il padrone giovava a briscola con i salariati e i terzanini; la moglie del bovaro filava con la sua rocca accanto alla rasdòra…: due esempi che, assieme a tanti altri, contribuivano a determinare la norma sociale. Non esistevano divisioni generazionali: al filò partecipavano – senza alcuna gerarchia che non fosse quella imposta dalla vicinanza alla lucerna a petrolio – i ragazzi e il vecchio patriarca, le nuore e le suocere, la bisnonna e la ragazza da marito intenta a cucirsi la dote sotto lo sguardo trepido del “filarino”. Il filò era la vita e, per i giovani, l’iniziazione alla vita. In quel contesto di odori e affetti primari i bambini e i ragazzi imparavano la complessa arte del socializzare con i coetanei, con gli adulti, con i vecchi e con i vicini; imparavano a distinguere le cose giuste dalle cose sbagliate; imparavano ad amare e a soffrire, imparavano a riconoscere e ad accettare la ruota della vita. Una o due volte l’anno al filò capitava il “romanziere”, una sorta di contastorie rustico che incantava con mirabili storie di amore e di morte, raccontate in un italiano segnato da forti venature venete e lombarde. Parlatore ingenuo ma anche aulico, conduceva il racconto con maestria: l’intuito e l’esperienza gli suggerivano quali erano i momenti essenziali e quelli secondari della vicenda, con quali artifici linguistici evidenziare fatti, sentimenti, passaggi, ecc. E’ stato una di queste sere favolose che ho udito la storia ora trascritta in questo libro. Per anni l’ho considerata il frutto di una fantasia fervida, ma più tardi, trovandomi a fare alcune ricerche, mi sono reso conto che la maggior parte degli avvenimenti erano accaduti realmente. Il nostro contastorie aveva certo fatti prevalere la ragione narrativa su quella storica posticipando ad esempio di alcuni anni le rotte del Po del 1839, accostando personaggi storici a figure di fantasia, e riportando tutto ad un quadro onirico, di sogno, come sanno fare gli artisti, coltivati o primitivi che siano. Due informazioni vanno subito date a questo punto: l’epopea di Sermide durante la Prima Guerra d’Indipendenza viene qui rievocata con grande fedeltà storica, mentre il clima sociale, economico ed umano che fa da cornice e lievito alla narrazione è da considerarsi ricostruito, anche se sostanzialmente autentico. Allo scopo di mantenere alla storia la sua ingenuità, la sua filigrana primitiva, ho conservato espressioni dialettali, scelte di stile, di vocabolario e di sintassi così decisivamente incastonate nel racconto da risultare ineliminabili. Ho pure conservato l’uso del pronome voi che ha fornito, fino a pochi anni fa, lo schema sociolinguistico corrente dei rapporti sociali, e anche generazionali, come ad esempio tra figli e genitori. Giovanni Freddi