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Le Chiese della Riviera del Po

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Nella foto: 23 aprile 1945 La colonna Alleata arriva presso gli argini del Po

SANTA CROCE. IL GIORNO PIÚ LUNGO

 

 

Silviooo! Guardaaaa! ‘Rîa i ‘mericaaann!

Finisce così il giorno più lungo di S.Croce, dove la guerra passa e va quasi come un refolo di vento fastidioso, ma con l’imponenza greve di un esercito in ritirata. Non lascia sul campo morte e terrore, ma timore e talvolta disperazione. Le testimonianze raccolte oggi sono condizionate dal filtro del tempo, dal turbinio ossessivo di quelle poche ore.

Silvio Boselli a quell’epoca è ragazzino, vive in paese e, con la spensieratezza di un ragazzo della via Paal, si mescola ai soldati tedeschi, li segue ovunque, porta loro da bere, da mangiare, da fumare, addirittura apprende i rudimenti del loro idioma; si aggrega ai lavoratori della TOT per la costruzione di difese fortificate lungo i canali del circondario; corre a Sermide in bici per vedere le conseguenze dei bombardamenti. Ma la prima cosa che gli viene alla mente, seduti al tavolo di un bar, 60 anni dopo, è quell’urlo, riprodotto appassionatamente, proprio come allora: “Silviooo…”. Così gridava Giuseppe Cappi, dalla finestra del granaio, sventolando il lenzuolo bianco alla vista dell’VIII Armata americana, in arrivo da Malcantone. “La prima bandiera è stata la sua”, puntualizza Silvio, “dopodichè cominciarono a spuntare teli bianchi un po’ ovunque, anche se le case erano in gran parte vuote perché la gente era nascosta nei rifugi, ricavati negli orti o allestiti nei campi dietro il paese”. È il pomeriggio del 23 aprile 1945, fra le ore 16 e le 17. Il lucido ricordo di questo testimone non trascura i particolari, come “il tedesco che continuava a sparare dall’arcata del ponte sulla Fossa verso gli autoblindo americani in arrivo da via Alfieri. Una raffica improvvisa lo ha ucciso staccandogli anche un pezzo di gamba. Un’altra pallottola ha forato uno dei profilati in ferro del parapetto, rimasto per molto tempo in ricordo di quei tragici momenti”. Per mezza giornata il canale Fossalta diviene una “Maginot” che separa il paese in due, Germania e America, con quel po’ di Italia rimasta che sta a guardare, quasi come al “cine”. La notte precedente c’è stato il finimondo: cannoni, contraerei e bombardamenti a ripetizione. L’inferno sulla terra. L’intero territorio comunale è un campo di battaglia. Da giorni gli americani volantinavano dal cielo raccomandandosi di prevenire incidenti. “Ci invitavano a stare lontani dai soldati, dalle caserme e da tutti i raggruppamenti militari, di rimanere nelle case o nei rifugi, presso le scuole o in chiesa”.

A S.Croce, gli sfollati dal capoluogo sono dappertutto. Ogni abitazione ospita qualcuno: parenti, amici, conoscenti. Le scuole elementari sono stipate. Lucia Accorsi abitava alla corte Cà Bianche, con la famiglia assieme ad altre tre di stanza. “Oltre a 11 tedeschi”, spiega, “da noi si erano aggregate altre cinque famiglie, per un totale di 48 persone senza contare i soldati. Fra costoro ricordo il dott. Fioretti medico condotto di Sermide”.

I tedeschi in fuga ormai sono mossi solo dalla disperazione; chi razzia le case in cerca di cibo, chi è convinto che la Fossalta sia il Po. Sono soldati spossati, oppongono una tenue resistenza, ma non mollano. Però non si registrano sparatorie o bagni di sangue, a parte qualche schermaglia isolata. Tutte le informazioni raccolte concordano su una cosa: “Se i tedeschi avessero voluto potevano ucciderci, ma non l’hanno fatto. Ci hanno trattato bene. Più temibili erano le SS, fanatiche e senza scrupoli”. Comunque è innegabile che per la prima volta la Guerra viola l’intimità dei focolari, entra nelle abitazioni, fra la popolazione civile. In tutti e su tutti emerge la Paura, talmente intensa e acuta da divenire fisica, dolore, sconvolgimento, deliquio. Il terrore di adolescenti increduli che, oggi, affermano con involontaria concordanza di “non aver provato mai più”.

Le SS in fuga si lasciano alle spalle case e fienili incendiati. Intere famiglie sono umiliate di fronte alla propria dimora in fiamme. Sergio Panzetta al tempo dei fatti ha 15 anni e oggi i suoi occhi esprimono ancora lucidamente la disperazione di quei momenti, l’avvilimento di chi si ritrova improvvisamente senza casa, “la rabbia di mio nonno, fuggito nei campi con un somarello, unico bene rimasto dopo decenni di lavoro e sacrifici. Di fronte alla pretesa di un soldato tedesco, che intendeva requisire l’animale, il nonno reagì con tale decisione da mettere a repentaglio l’unica cosa che ci era rimasta: la vita”.

L’avanzata delle truppe americane è preceduta dalla ricognizione armata degli aerei, pronti a sparare per liberare il campo, ma la mescolanza di tedeschi e civili rappresenta un pericolo anche per questi ultimi. Gli apparecchi sganciano ordigni particolarmente pericolosi per la popolazione, soprannominati “spesón” (spezzoni), che esplodono al suolo in una miriade di schegge impazzite a larga gittata orizzontale. Ecco perché fossi, canali, collettori, gore ed ogni antro al di sotto del livello del terreno divengono rifugi sicuri.

Panzetta rammenta con precisione l’ospedale da campo allestito dagli Americani in località “Daniela” il giorno 23 aprile. Silvio Boselli riesce anche a sorridere rispolverando “la follia di quei pochi anni di età. Noi ragazzini seguivamo gli Americani passo dopo passo, nel rastrellamento sistematico in ogni casa, cortile, orto, senza ascoltare la raccomandazione di stare al sicuro.

I limiti oggettivi delle testimonianze orali non ci permettono di sapere con certezza se Kesserling si sia stabilito a S.Croce in attesa della liberazione di Sermide. Al riguardo le affermazioni sono aleatorie, si va da un vago “non mi ricordo” ad un impreciso “si diceva”. Silvio Boselli, però, ha memoria di adunate sull’aia di corte Pescarolo, “che andavamo a vedere di nascosto perché affascinati dal cerimoniale militaresco. Ricordo che un giorno l’atmosfera era più tesa e solenne del solito. Tutti i graduati più importanti erano presenti, bardati e in bella mostra. Attendevano l’arrivo di qualcuno e, fra i curiosi nascosti con me a spiare, si faceva riferimento al «generalòn». Poi la cerimonia fu caratterizzata da una certa solennità, ma non so se l’illustre ospite che effettivamente arrivò fosse Kesserling. Penso che l’eventualità non sia così improbabile”. L’ipotesi di considerare il Feldmaresciallo in postazioni sicure e al tempo stesso vicine a Sermide, al riparo dai bombardamenti, potrebbe anche confermare la sua presenza a S.Croce.

Comunque gli americani arrivano. Stazionano nelle corti rurali attorno al paese, distribuendo cioccolata e raccomandazioni (“Non fidatevi di nessuno! State al riparo! Non uscite di casa!”). A S.Croce si fermano sulla via per circa due ore, accolti dalla popolazione acclamante. Alla memoria dei giovani di allora risalta ancora oggi “l’aspetto originale dei soldati indiani, etnia che non avevamo mai visto prima.” I liberatori smantellano i due comandi tedeschi situati in centro e alle porte del paese, istallando i loro: due in S.Croce e uno, più grande ed attrezzato, sulla via per Malcantone, da dove erano giunti. L’ingente colonna di prigionieri tedeschi che si forma “dal ponte alla chiesa” è diretta ad una destinazione a tutti ignota. Vengono posizionati anche cannoni e bocche da fuoco rivolte al Po per controbattere il fuoco tedesco non ancora domo. Anna Vicenzi puntualizza che “anche S.Croce è stata colpita, seppur non in modo devastante. Spari di cannone hanno centrato la Colombarola e diverse abitazioni dell’abitato.

S.Croce viene completamente liberata nel tardo pomeriggio del 23. Presso le scuole elementari il tenente americano Papa coordina l’elezione del primo sindaco del dopoguerra: l’ing. Nullo Galli. Allo stesso tempo e nel medesimo luogo si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale presieduto da Giuseppe Natali, mentre in un’abitazione vicina si allestisce la Camera del Lavoro. È quindi da S.Croce che riparte la ricostruzione politica e morale di Sermide liberata. La mattina del 24 aprile gli Americani partono per il capoluogo. L’alba di una nuova pace.

 

(testimonianze raccolte da Siro Mantovani)