Impianti a biomassa costruiti nel mantovano ma al confine con l'Emilia solo per aggirare gli ostacoli che quella regione pone alla realizzazione di questa tipologia di impianti e, forse, con l'intento ancor meno nobile di riconvertirli in futuro ad altre tipologie di combustibili come i rifiuti organici: il Consorzio Oltrepò Mantovano ha voluto sollevare nuovamente – alla luce di quanto sta accadendo a Felonica e Moglia – il problema degli insediamenti di impianti di produzione energetica alimentati da biomasse.
Il Comune di Felonica ha in atto una controversia con la Provincia, sulla validità dell'autorizzazione
alla costruzione di un impianto energetico a biomassa da 1 MW elettrico sul suo territorio. In sede
di conferenza di servizi erano state stabilite alcune condizioni che riguardavano tempi di inizio
lavori e priorità di opere da eseguire. Il Comune sostiene, con ragioni condivisibili, che dette
condizioni non sono state rispettate e l'autorizzazione rilasciata non può più ritenersi valida, in
contrasto con la tesi sostenuta dalla Provincia. Al Comune di Moglia è stata presentata una
richiesta di parere preventivo sull''insediamento di un impianto energetico a biomassa da 5 MW
elettrici (20 MW termici) in zona destinata ad attività produttive molto prossima alle aree
edificate, contenente pochissimi elementi di giudizio, nonostante le dimensioni ragguardevoli
dell'intervento e il prevedibile forte impatto sul territorio.
Se si vanno a rileggere i documenti approvati negli anni scorsi dal Consorzio Oltrepò Mantovano,
lascia sorpresi e sconcertati il constatare che essi potrebbero essere scritti oggi praticamente negli
stessi termini: la disponibilità di materia prima si sarebbe rapidamente esaurita, e in effetti gli
affitti dei terreni agricoli stanno andando alle stelle, anche per la competizione con il comparto
ortofrutticolo. Tutto questo sta mettendo in forte difficoltà le aziende zootecniche e quelle che si
dedicano a colture tradizionali destinate all'alimentazione.
Nasce il dubbio che progettare insediamenti al confine con l'Emilia Romagna sia un tentativo di
aggirare gli ostacoli posti da questa regione alla costruzione di impianti a biomassa. Ma le ragioni
alla base di detti ostacoli non sono perfettamente estendibili al territorio lombardo di confine? Le
produzioni e le vocazioni locali non sono le stesse? Si avanzava nei documenti del Consorzio anche
un'ipotesi che poteva sembrare temeraria. Quella che in realtà gli imprenditori che si lanciavano
nel business delle produzioni energetiche da biomassa fossero ben consci della scarsa disponibilità
di materiale vergine, ma mirassero a costruire ugualmente gli impianti, fiduciosi di poterli in futuro
riconvertire a sostanze meno nobili, come i rifiuti organici.
La legislazione vigente lascia aperta questa possibilità e se non vi saranno prese di posizioni
importanti si rischia di andare verso situazioni assai difficili da governare, tenendo conto che gli
impianti, proprio perché progettati per trattare materia prima vergine, sono stati costruiti senza
preoccuparsi più di tanto della loro ubicazione, e che una loro "riconversione" ad altri tipi di
combustibile presenta difficoltà spesso non risolvibili efficacemente. Ed è anche per questo motivo
che il Consorzio ritiene che le sue osservazioni ricevano qualcosa di più degli apprezzamenti
generali ma del sostanziale disinteresse (soprattutto della Regione Lombardia) ricevuto finora.


