Nel corso della II guerra mondiale dal 17 al 25 febbraio 1945 Sermide fu bombardata pesantemente dagli aerei alleati che causarono la morte di 31 persone e la distruzione del centro storico. Nel 72° anniversario, ricordiamo quei giorni drammatici attraverso la testimonianza di Giorgio Dall'Oca uno dei tanti sermidesi che vissero quella terribile esperienza.
Per effetto del bombardamento aereo del 5 settembre 1943, che colpì il forno Bardini, la mia abitazione di Via Piave aveva subìto dei danni tali da non poter più ospitare.
Arrigo Boschetti, che abitava in piazza 4 novembre, sacrificò una stanza del proprio appartamento, permettendoci una dignitosa sistemazione, se pure d'emergenza. In pieno centro storico, a pochi passi dalla torre civica. Questa, da poco, era stata opportunamente attrezzata come rifugio antiaereo. La presenza a Sermide di sospetti movimenti militari attribuiti all'assistenza ospedaliera avevano provocato preoccupazioni e paure tali che i ripetuti allarmi aerei diffusi dallo zuccherificio venivano presi sempre di più in seria considerazione. Cresceva giorno per giorno la preoccupazione. Per un certo periodo, i movimenti aerei della notte si fecero più insistenti. Io, mamma Dina e mia sorella, trasferimmo i nostri materassi direttamente al primo piano della torre civica, assieme a tanti altri sermidesi. Il papà non aveva paura, dormiva tranquillamante in casa, beato lui. Mercoledì 21 febbraio 1945 è stata la pagina più drammatica della storia di Sermide. Ormai a quella data gli allarmi segnalati per il passaggio di aerei sulla città erano talmente frequenti che il tragitto verso la torre e ritorno era divenuto solamente un monotono fastidio. Quella mattina, puntualmente l'allarme. Da pochi giorni avevo ricevuto l'incarico di tenere aperto statisticamente un ufficio sindacale che aveva sede in via Indipendenza. La prima bomba scoppiata nel centro storico aveva addirittura preceduto il solito ossessionante segnale di pericolo. La bomba aveva centrato piazza Garibaldi. Attraversai i cumuli di macerie dirigendomi di corsa verso la torre. Una seconda bomba colpì il Municipio nello stesso momento in cui raggiungevo l'ingresso della torre, ormai strapiena di gente terrorizzata. La scena era terribile: grida di terrore e la ricerca affannosa dei propri cari. Cercando di farmi largo tra questa bolgia. Mia madre e mia sorella.non potevano essere che lì. Infatti dopo ripetute grida nel caos di quei terribili momenti, riuscii a riabbracciarle. Raggiungemmo la porticina che immette alla scala interna. Salimmo gli scalini tra spintoni, pianti e grida e raggiungemmo il primo piano. Proprio lì avevamo ancora i nostri materassi, ma non ci preoccupammo certo del recupero. Anche questa stanza era ormai completamente occupata. Ricordo perfettamente quel momento. Il bombardamento aveva assunto proporzioni inimmaginabili. Il sibilo caratteristico delle imminenti cadute delle bombe e l'attesa interminabile dello scoppio. Il pensiero insistente che quel sibilo potesse essere l'ultima paura della nostra vita, mi prese talmente che gridai una frase disperata: “Mamma! Qui non abbiamo più scampo, moriamo tutti”. Mamma Dina mi abbracciò ancora più forte sussurrandomi: “Giorgio, non avere paura. Ti giuro che ce la faremo”. Da quel momento non vi era stato più dialogo. Dopo l'assicurazione della mamma, ero inspiegabilmente meno terrorizzato. Da non credere. Per anni quel “ti giuro” l'abbiamo commentato non so quante volte. Ancora, a distanza di tempo, mamma Dina mi aveva sempre assicurato di essere stata, in quel momento, completamente consapevole della dichiarazione. “Ricordati” mi disse “che ad una mamma, Dio concede di poter garantire per i propri figli”.
La terribile incursione si prolungò per ben 50 minuti. I sermidesi deceduti furono 30, i feriti un centinaio.
Il dramma di quel maledetto mercoledì di febbraio, non si concluse con il malinconico segnale del cessato allarme diffuso dalla sirena dello zuccherificio. La moltitudine di persone salvate dal nostro monumento più prestigioso, si riversò terrorizzata verso i cumuli di rovine ancora fumanti e maleodoranti, con la terribile incertezza di trovare ancora in piedi la propria casa.
La nostra “stanza di emergenza” in piazza 4 novembre era rimasta miracolosamente illesa. Papà Ugo, aveva raggiunto la “stanza” prima di noi. Aveva subìto il bombardamento coricato sul prato del campo sportivo.
Immancabile il battibecco. Dina: “Maladisat ti e la to' guera!”
Ugo: “Parchè invece an maladisat minga i to' american.”
In tutta fretta, come tutti i sermidesi, ci predisponevamo alla bene e meglio per lo sfollamento a S.Croce.
(tratto da Sermide 1940-45 Un paese in guerra)


