header

Le Chiese della Riviera del Po

In Irlanda esiste una parola precisa per indicare quel modo di divertirsi tipico delle serate passate nei pub, frbundan_081a risate, chiacchierate alcoliche e sfrenata musica dal vivo: craic. Si potrebbe dire che il Bundan Celtic Festival è un enorme, diffuso craic all’aperto che per tre giorni all’anno mette a soqquadro l’altrimenti pacifico parco della rocca di Stellata (Fe), ma sarebbe una definizione riduttiva. Lo spettacolo svoltosi nei giorni e nelle notti dal 18 al 20 luglio è stato una combinazione alchemica di divertimento e cultura, musica e storia, birra e natura, permeato da un’aura quasi sacrale dovuta alla consapevolezza di partecipare a qualcosa con un senso che va oltre la festa, qualcosa di primordiale e più che mai necessario in questi tempi di emozioni di plastica vendute un tanto al chilo, di qui ed ora artificiosi e fasulli. Per il quarto anno di fila Stellata si è popolata di uomini e donne provenienti da tutta la penisola, molti abbigliati con i larghi bragoni alla gallica o in kilt, decisi a rendersi parte di una missione che, attraverso la semplice magia del festeggiare, suonare e stare insieme, ha voluto fare luce su di un periodo della nostra storia spesso dimenticato: quello relativo alla civilizzazione della pianura padana da parte dei Celti, fra il IV e il I sec. a.C. Scevra da ogni velleità leghistoide o misticheggiante-new age, la battaglia è stata combattuta a suon di cornamuse, violini e chitarre, sul palco ma anche in giro fra i pioppi e le bancarelle di artigianato. Molti infatti sono stati i gruppi musicali che hanno animato le serate, dagli ormai classici Cisalpipers con i loro intrecci ancestrali di cornamuse e tamburi agli scanzonati Caffè Havana Sambuca e Lambrusco e Dodici Corde, senza dimenticare le drinking songs irlandesi dei Les Irlandiis e le atmosfere celtiche dei Myrddin. E fra un concerto e l’altro, che piacere gustarsi una birra o un bicchiere di idromele scambiando qualche frase con il cugino ferrarese di Vercingetorige, o riposare seduto ai piedi di una capanna nel villaggio celtico sotto la rocca, perfettamente ricostruito, fedele alla realtà di quelli che nell’antichità costellavano le rive melmose del grande Padus-Po dall’Alpe alla Romagna. O ancora seguire col fiato sospeso la grande battaglia fra Celti e invasori Veneti, messa in piedi con passione e realismo dai gruppi storici. E l’effetto dell’alcool che inebria il cervello non basta a giustificare il senso di spaesamento quasi mistico che coglie al momento dell’accensione del grande falò di mezzanotte, a suggellare la conclusione teorica delle serate, fra danze e combattimenti ritmati da cornamuse e tamburi. Solo quando si accende l’ultima alba si fa largo la consapevolezza che tutto è finito, anche per quest’anno. Allora con la bocca impastata ci si alza dai giacigli di fortuna, si tolgono i fili d’erba dai capelli e si cammina in direzione della realtà: in fondo, è lunedì e la normalità del ventunesimo secolo deve ricominciare. Ma la mente è già rivolta alla prossima estate, al prossimo Bundan, quando i celti ritorneranno sulle rive del Po e riprenderanno le danze dal punto esatto in cui le hanno interrotte.